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Dora Larussa

RESTIAMO UMANI – MISSIONE NELLE FILIPPINE

 “Rifletto su come la missione abbia rafforzato la mia idea di combattere le diseguaglianze, di risvegliare le nostre coscienze addormentate nel benessere e nelle comodità e di promuovere anche piccoli gesti di solidarietà.”

Roma, fine febbraio.
L’Ospedale ha riaperto da poco, solita giornata di lavoro intensa e frenetica.  Arriva una telefonata, mi propongono di partecipare alla Missione dell’A.F.Ma.L. nelle Filippine. Il mio cuore pare fermarsi per una frazione di secondo, poi riprende a battere ad un ritmo elevatissimo.

Nella mia testa: una miriade di pensieri.
Con il mio solito metodo scientifico, analizzo nel dettaglio la situazione nuova e imprevista che mi si prospetta, le mille difficoltà oggettive: assentarsi dal lavoro per due settimane, non potersi occupare di mio figlio, allontanarsi così tanto da casa e andare incontro all’ignoto.
Si fanno strada nella mente mille dubbi sulla mia capacità ed utilità nella missione, non ho mai fatto corsi di formazione specifici.
Ma poi, come spesso succede, prevale la scelta dettata dal cuore.
Quel sogno di ragazzina, rimasto chiuso in un angolo remoto, ricoperto di polvere, ma mai dimenticato, finalmente trova una realizzazione: SI SI SI, accetto! Si parte.

Inizia così l’avventura nelle Filippine, con la consapevolezza della realizzazione di un sogno, con i timori e le insicurezze per un evento nuovo straordinario e non scevro di difficoltà.
Dopo un viaggio estremamente lungo finalmente arriviamo a Manila, la città dei contrasti.
Il primo contatto con la realtà inizia sull’aereo che sta per atterrare, riesco a vedere tantissime baracche accatastate le une sulle altre, manca l’aria solo a vederle, faccio fatica ad immaginare come al loro interno, si possa condurre una vita degna di questo nome; contemporaneamente non molto lontano si scorgono altissimi grattacieli e centri commerciali ultramoderni.
La città con il suo frastuono, la sua popolosità, il suo traffico congestionato mi sorprende e mi distrae temporaneamente dai miei pensieri. Dopo un’accoglienza calorosa e festosa da parte dei religiosi, tale da farci sentire membri di una stessa grande famiglia, usciamo a fare una passeggiata per Quiapo; visitiamo la Moschea e l’enorme chiesa interamente di metallo di San Sebastian, con all’esterno le strutture in metallo a tratti logore, ma, sempre per la regola dei contrasti, con all’interno numerosi rilevatori per la qualità dell’aria.
I miei compagni di viaggio, consapevoli che per me si tratta della prima volta, sono estremamente gentili e premurosi nei miei confronti, mi indicano le variopinte Jeepny che viaggiano speditamente per la città, mi illustrano la situazione politica locale, mi guidano per le strade strette e affollatissime ma, ad un certo punto, complice il caldo intenso, l’odore acre proveniente da corsi d’acqua inquinati, e le immagini che si presentano ai miei occhi, mi riesce difficile continuare ad  ascoltarli, la vista si offusca e le emozioni prendono il sopravento.
Quello che vedo mi riempie di tristezza, tanti esseri umani, tanti bambini che vivono costantemente in strada, sporchi, giocano con le acque di scarico, con addosso solo abiti logori, e rimangono là ad aspettare, cosa aspettano non so, forse aspettano solo che passi un ‘altra giornata.
Nel pomeriggio raggiungiamo l’isola di Cebù, dove troviamo ad accoglierci le suore che con i loro sorrisi ci trasmettono energia e positività, ora la missione entra nel vivo.
La mattina trascorre rapidamente, le visite si succedono a ritmo intenso, cerco di essere rapida per non deludere tutti quelli che sono accorsi alla notizia di una missione medica.
Tra i miei pazienti vi sono tantissimi bambini, la maggior parte delle patologie sono sovrapponibili a quelle delle nostre latitudini: faringiti, varicella, bronchiti, allergie ma ciò che fa la differenza sono i loro grandi occhi, i loro sguardi carichi di gratitudine e riconoscenza, la loro gioia nel ricevere le nostre cure.

L’indomani si parte alla volta di Mabolo, dove incontriamo pazienti affetti da patologie psichiatriche; la suora dallo sguardo dolce, ma duro allo stesso tempo, ci racconta storie terribili di abusi e violenze subiti dagli ospiti di questa struttura, per loro è una festa la nostra visita e quando sopraggiunge il momento di ripartire diventa difficile staccarsi, si commuovono, ci abbracciano, ci dicono che pregheranno per noi e ci chiedono di non dimenticarli.
La missione continua, dobbiamo ripartire e raggiungiamo un’isola dai colori e paesaggi incantevoli: l’isola di Bohol.
Qui visitiamo i pazienti all’interno del Rural Healt Unit of Sagbayan, si presentano numerosissimi, come sempre, gentili, gioiosi, da me vengono sempre piccolissimi pazienti; non ho “i comfort” dell’Ospedale, devo riuscire a fare del mio meglio, rapidamente e con i pochi strumenti a mia disposizione: le mie conoscenze, la mia esperienza clinica, ma devo al contempo inventare qualcosa  per non spaventarli troppo con il mio viso serio e concentrato e così mi ritrovo a gonfiare palloncini utilizzando i guanti per poterli visitare e vederli sorridere.
Quei sorrisi, quegli sguardi, la loro voglia di “fare bella figura”, indossando il capo d’abbigliamento più bello che hanno, poco importa che sia una tuta felpata e che fuori fa caldissimo e ci siano 35 gradi; tutto ciò ripaga ampiamente la fatica, le barriere linguistiche, la nostalgia di casa che a tratti diventa intensa.
A fine giornata sono stanca ma felice, ho aiutato questa gente a comprendere l’utilità della prevenzione e delle cure, pur sempre con la consapevolezza di essere solo una goccia nel mare.
La missione continua, torniamo a Manila e da qui raggiungiamo Amadeo.
Con l’aiuto di frati e religiose dotati di carisma straordinario e dediti quotidianamente al servizio degli “ultimi”, visitiamo nel distretto di Tanza circa 450 pazienti e, come sempre, tantissimi bambini.
Nel vedere questi piccini sporchi affamati, malnutriti ma sorridenti e gioiosi il paragone nasce spontaneo, qual è il nostro merito per essere nati dal lato “giusto” del mondo? Perché i diritti dell’infanzia non sono gli stessi dappertutto?
Il diritto a studiare, a giocare, ad aver soddisfatti i bisogni primari, il diritto alla salute. Sentimenti contrastanti si alternano in me: affetto per quei piccoli angeli, sollievo per averli in piccola parte aiutati nelle loro malattie, e rabbia, rabbia per la loro condizione ai limiti della sopravvivenza.
Rabbia verso una concezione della donna considerata ancora un’appendice dell’uomo, spesso vittima silenziosa dei suoi soprusi, come una mamma di dieci figli, una mia coetanea, una donna minuta, consumata dalla vita; difficile immaginare come, con i suoi 30 kg, abbia potuto sopportare il peso di dieci gravidanze e il cui sguardo, spento ed esausto, non dimenticherò facilmente.
Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, perché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione “così scriveva Voltaire nel Diciottesimo secolo.
E così ci rechiamo a Cavite, a visitare i detenuti nelle carceri.
Difficile esprimere con poche parole quello che vediamo, alcuni di noi vengono sopraffatti dalle emozioni, e piangono come bambini indifesi davanti alle ingiustizie della vita; nelle celle, in pochissimi metri quadrati, sono stipati uomini o donne che di “umano” oramai hanno ben poco, lo spazio vitale è estremamente ridotto, un groviglio di corpi e anime, i contagi all’ordine del giorno e le visite mediche una rarità.
Anche qui veniamo accolti con canti e dolci melodie che stridono con la situazione, rendendola appena tollerabile, e che toccano le corde del mio cuore.
È doveroso un pensiero e un ringraziamento ai religiosi che alleviano quotidianamente le sofferenze di questa povera gente, straziata dalla prigionia, abbandonati da tutti, lasciati alla deriva dalla loro società. Il nostro lavoro deve proseguire, siamo quasi alla fine della missione e riusciamo a effettuare un’altra giornata di visite a Pasig. Qui incontro i casi più difficili dal punto di vista medico, una mamma estremamente indigente con tre figli, due dei quali affetti da patologie gravi.
Forse per la delicatezza con cui rivesto i bambini dopo la visita, forse per il mio sorriso, alla fine questa mamma mi abbraccia e scoppia in lacrime; per pochi attimi sento tutto il suo dolore come mamma, come donna e mi sembra quasi di averlo temporaneamente preso su di me, alleviandolo, anche se per poco.
Così, all’improvviso, riesco a rispondere alla domanda che occupa i miei pensieri: “Perché sono venuta qui?”  Ecco, anche solo questo gesto, ha dato un senso al mio viaggio.
Comprendo il mio contributo, modesto ma sentito, realizzo quanto questa missione mi abbia cambiato, arricchito, abbia concorso a illuminare il mio cammino, la mia professione, ridandole il significato intrinseco di alleviare le sofferenze altrui.
Rifletto su come la missione abbia rafforzato la mia idea di combattere le diseguaglianze, di risvegliare le nostre coscienze addormentate nel benessere e nelle comodità e di promuovere anche piccoli gesti di solidarietà.
Vorrei concludere con un antico detto cinese: “L’uomo che sposta le montagne comincia portando via i sassi più piccoli”.